Quello che è tuo: quando pensi di non farcela

Hai presente quella vocina che ti sussurra all’orecchio “non ce la farai”? Non proprio un pensiero ma più un sentire allo stomaco o alla gola, che magari si sveglia la mattina con te prima di qualunque pensiero; ecco, quella è una bestiolina famelica che ha bisogno di essere continuamente nutrita con qualche gustoso fallimento.
 
E ci sono due modi in cui di solito gli diamo quello che vuole:
1. Il primo è dare agli altri la responsabilità di fatiche che invece riguardano solo noi; ci diciamo che è colpa di qualcun altro, di qualcosa… di certo non è colpa mia;
2. L’altro è l’opposto: dare a noi la responsabilità di cose che riguardano altri.
In entrambe i casi il risultato è lo stesso: siamo sostanzialmente impotenti e nutriamo il nostro senso di inefficacia con un fallimento. “Povero mondo!” o “povero me!”; così ce la raccontiamo, ed evitiamo di vedere una cosa: ciò che possiamo effettivamente fare, ovvero la sola su cui potremmo dire di aver fallito o aver avuto successo.
 
Qualche giorno fa parlavo con un impiegato che si sentiva inefficace nella sua mansione.
“Mi sento un fallito”, mi dice.
"Perché?"
“Il mio responsabile continua a passarmi pratiche che non riesco a smaltire e mi becco una lavata di testa al giorno”, risponde.
“Perché non riesci?”, chiedo.
“Perché sono troppe; hanno fatto licenziamenti e devo fare il lavoro di tre persone”.
“Ok. E in questa situazione, così com’è, tu cosa riesci a fare?”, continuo.
“Quello che facevo prima dei licenziamenti”.
“E lo fai bene?”
“Si, per quello che è possibile, si”.
“Beh, allora non stai fallendo, stai avendo successo mi pare!”
Il fatto è che quando siamo concentrati sul nostro senso di inefficacia, non riusciamo a vedere ciò che fa davvero la differenza tra il successo e il fallimento: la distinzione tra quello che è tuo, che è nelle tue possibilità e quello che riguarda gli altri.
 
Allora, una buona strategia per combattere questa brutta abitudine della nostra anima, quando si radica a tal punto da condizionarci la vita, è iniziare a distinguere, come diceva Epitteto, ciò che è in mio potere da ciò che non lo è. Solo da qui possiamo porci i giusti obiettivi, quelli veri, quelli che mi riguardano davvero, che mi portano ad essere me nella mia versione migliore. E smetterla di raccontarmi che se tutto va male è perché il mondo è brutto e cattivo, o peggio che io sono brutto e cattivo.
 
Una goccia di pioggia che si trasforma in cristallo nell’aria gelida ha due possibilità: sentirsi fallita perché non è riuscita a restare liquida o celebrare il successo di essere diventata la cosa migliore che poteva in quella situazione: un fiocco di neve.

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