Orientamento e metodo “Resonance”
Il lavoro di Orientamento che svolgo con studenti e adulti che vogliono operare una trasformazione o semplicemente ritrovare una modalità più efficace e soddisfacente di vivere la loro vita privata e professionale, è anzitutto un lavoro sulla crescita personale; ha come obiettivo quello di fare chiarezza su ciò che ti limita, sui tuoi intenti, su ciò che vuoi, sul come realizzarlo e su come funzionare da una posizione di apertura alle tue possibilità.
Questa chiarezza e questa apertura, che parte dal corpo, dall’essere presenti al momento in cui sei con tutto te stesso, è una posizione potentissima per smettere di avere retro-pensieri bloccanti e limitanti che non ti fanno vivere pienamente quello che stai facendo. In concreto si traduce in una capacità di essere molto più efficace, di essere più capace di interagire con gli altri, di compiere scelte e di far succedere le cose nella tua realtà con molto meno sforzo e in una direzione che senti davvero tua.
Attraverso il metodo “Resonance”, sviluppato nella prospettiva dell’ “Embodied Cognition” e strumenti di matrice filosofica, intervengo, cioè, sulla ristrutturazione dei bias cognitivi, degli schemi interpretativi della realtà che risultano limitanti e auto-sabotanti, portando la persona ad una consapevolezza autentica di sé in cui ritrovare il proprio senso di possibilità, di avere risorse per realizzare ciò che vuole davvero.
La motivazione che ne emerge sarà autentica si baserà su ciò che è davvero possibile vissuto come risorsa e non come limitazione.
La teoria
Il mio lavoro si sviluppa intorno a 3 principi cardine del metodo “Resonance”:
Distinzione tra funzione e struttura:
- la funzione è ciò che si fa per raggiungere determinati obiettivi.
- La struttura è inerente a quello che motiva a fare ciò che si fa. Rappresenta l’organizzazione interna della persona e riguarda “tutto ciò che si è” prima di “agire nel mondo”. È ciò che consente e sostiene la crescita, ma anche che la inibisce e la rende problematica. La struttura influenza profondamente le abilità: il modo in cui si è, cambia il modo di agire.
In questo quadro risulta evidente che un lavoro realmente trasformativo è quello che interviene sulla struttura, favorendone una riorganizzazione tale da renderla efficace a trovare e sviluppare le funzioni necessarie ad un’espressione piena e consapevole della persona.
Distinzione tra cambiamento e trasformazione
- Il cambiamento ha a che fare con un miglioramento incrementale, ovvero consiste nel riuscire a fare un po’ di più di ciò che si riusciva a fare prima.
- La trasformazione è un processo che avviene quando l’intera struttura della persona si sposta in una nuova posizione
La maggior parte dei modelli di coaching di orientamento sono costruiti per agire su un cambiamento progressivo, migliorando un pezzo alla volta secondo la narrativa per cui “quando avrò risolto tutti i problemi, allora sarò a posto”. Ma questo lavoro porta a piccoli cambiamenti, spesso non duraturi, perché resta sul piano delle funzioni e non tocca la struttura della persona da cui elabora le esperienze. Per capirci: se il mio filtro strutturale è “fuggire dalle situazioni faticose”, lavorando solo sulle funzioni posso imparare strategie per sopportare un po’ di più la fatica, ma continuerò a fare qualcosa che non voglio e quando avrò raggiunto il nuovo punto limite, la mia reazione sarà sempre quella di fuggire. Potrò aver risolto un certo problema ma non avrò scalfito il mio atteggiamento problematico, cioè quello che mi porta a filtrare le situazioni del mondo come problema.
La trasformazione riguarda la struttura della persona e ha a che vedere con un’esperienza nuova di sé; da questa nuova posizione si otterranno risultati migliori e duraturi perché è cambiato l’intero sistema in cui si processa la realtà.
Distinzione tra modello ed esperienza
In molti casi il professionista di coaching si limita ad applicare ai casi che affronta dei modelli d’intervento predefiniti; il metodo che utilizzo, mutuato dal Resonance, dalle pratiche filosofiche e dalla mia lunga esperienza di educatore e orientatore, si fonda invece anzitutto sulla condivisione dell’esperienza individuale del coach, delle sue storie, del suo processo di trasformazione; la risonanza che questa condivisione di esperienza crea è la sola che mette le persone in grado di accedere alle proprie esperienze personali e aprire la possibilità di generare la trasformazione che cercano.
A partire da queste chiavi principali, propongo percorsi personalizzati, costituiti da incontri on line e/o in presenza, finalizzati ad imparare ad accedere alla versione migliore di sé, a partire dalla quale accompagnerò la persona a scoprire i propri talenti, le proprie attitudini e aspirazioni e le strategie per metterli in atto in scelte e percorsi concreti finalizzati al raggiungimento dei propri obiettivi.
La pratica: Embodied cognition e il metodo "Resonance"
La prospettiva dell’Embodied Cognition (EC) favorisce la valorizzazione delle dimensioni personali profonde che sono alla base della relazione con gli altri e con il mondo. Si tratta, sinteticamente, di un paradigma scientifico composito, interdisciplinare, in costante evoluzione in campi differenti (dalla filosofia alle neuroscienze), convergenti attorno al riconoscimento del ruolo della corporeità, dell’intersoggettività, della simulazione incarnata e delle dimensioni implicite nello sviluppo e nell’apprendimento (Embodiment). I presupposti teorici affondano le radici in contributi filosofici e psicologici che sono recentemente riletti alla luce delle nuove conoscenze ed evidenze neuroscientifiche sul funzionamento della mente e del cervello.
L’idea è che l’EC si possa costituire come un approccio coerente e funzionale in quanto fondato su un paradigma di “razionalità estesa” (Extended Mind) corpo-mente-ambiente, che comprende dimensioni profonde e nascoste e modalità esistenziali generative e creative, etiche ed estetiche, fondative di ogni relazione. Nell’ambito dell’EC, l’esperienza corporea e motoria si connota come un’esperienza di comprensione relazionale “integrata e globale”, fondata sull’interconnessione di differenti dimensioni. I pensieri che si sviluppano nel cervello possono innescare stati emotivi, tradotti in azione per mezzo del corpo; allo stesso tempo, quest’ultimo può cambiare il corso dei pensieri. Non è possibile separare parti di questa esperienza, che è immersiva, globale, e che quindi comprende anche aspetti emotivo-relazionali profondi.
Secondo l’embodied cognition i processi cognitivi non sono limitati alle operazioni istanziate all’interno del sistema cognitivo, ma comprendono più ampie strutture corporee e processi d’interazione con l’ambiente (Lakoff, Johnson, 1999; Noë, 2004; Chemero, 2009). Per l’embodied cognition allora, il rapporto tra mente e corpo è bidirezionale: la nostra mente influenza il modo in cui il corpo reagisce e, allo stesso tempo, la “forma” del nostro corpo (anche la postura che assumiamo) attiva la nostra mente.
Il modello "Resonance"
Nello specifico il sottoscritto utilizza le prospettive dell’E.C. declinate nel Metodo RESONANCE, messo a punto da Simone Pacchiele, finalizzato allo sviluppo di risorse per la ristrutturazione di schemi limitanti e inibitori e delle narrative ad esso associati; l’idea di base di questo modello, nella sua forma più semplice, è che quando non ci sono insegnamenti o condizionamenti che ci portano in direzioni diverse, ognuno di noi inizia la propria vita in uno stato di ‘performance naturale’, ovvero nella condizione di un’armonia mente-corpo.
Il tipo di educazione e di stimoli a cui siamo sottoposti negli anni, il tipo di condizionamenti che riceviamo ci porta a rinunciare a questo stato di equilibrio e di ‘perfezione’ ed a spostare al di fuori di noi il centro in cui troviamo la nostra realizzazione ed il senso di chi siamo e di quello che facciamo.
Quasi tutti i modelli di miglioramento, di crescita e sviluppo disponibili oggi hanno come punto di partenza sempre lo stesso: il ‘problema’. Cioè portano l’attenzione su ciò che non funziona e lo analizzano come problema mettendo in campo una serie di tecniche per risolverlo. Quando si lavora da una posizione in cui l’attenzione è anzitutto focalizzata sul problema, il cambiamento è molto spesso superficiale, se non addirittura illusorio e, in ogni caso, non duraturo perché ogni soluzione proposta continua ad essere processata attraverso la stessa configurazione e struttura “disallineata” in cui è nato il problema. Si agisce, cioè come se volessimo risolvere il problema della velocità di un’utilitaria montandogli il motore di una Ferrari; l’auto potrà fare qualche chilometro ad enorme velocità, ma presto cadrà a pezzi perché la sua struttura non è capace di supportare quel tipo di prestazione.
L’obiettivo nel modello Resonance è quello di far riaccedere la persona alla propria “configurazione Naturale”, spostare l’attenzione dal Problema al senso di “Possibilità” e auto efficacia sperimentati quando mente e corpo sono allineati, riconoscendo le proprie caratteristiche come risorse per diventare la versione migliore di sé e ottenere ciò che si vuole davvero.
Questa “configurazione” non è uno stato mentale, e non è uno stato semplicemente fisico. È qualcosa di simultaneo, in cui la persona non percepisce più la separazione tra mente e corpo. Quando questo stato è presente tutti i dati presenti e gli stimoli che la persona riceve sono visti ed integrati nel sistema della persona come possibilità. Non costituiscono più dei vincoli, o delle costrizioni ma vengono sperimentati in relazione a ciò che è possibile.
In questo senso la pratica del modello Resonance può essere definita soma-semantica, ovvero una pratica in cui la parola non è utilizzata anzitutto per veicolare conoscenze e informazioni ma piuttosto come chiave d’accesso a configurazioni somatiche che sono espressione di modalità d’essere e schemi comportamentali di risposta all’ambiente acquisiti negli anni, al fine di renderli consapevoli e permetterne la ristrutturazione in una chiave generativa di sviluppo di nuove e più funzionali strategie di adattamento e azione, così da mettere la persona in grado di performare al meglio delle sue possibilità in ogni campo della propria vita, superando empass, crisi, stati di blocco e finanche dolori e disfunzioni fisiche che spesso vi sono associati.
Come agisce il consulente filosofico
Fin dalla nascita della filosofia nell’antica Grecia, e soprattutto a partire da Socrate, il filosofo si è sempre impegnato ad indagare la realtà umana per individuare pensieri e strumenti che potessero dare “una vera formazione alla vita che trasforma i rapporti umani, armando gli uomini contro le avversità” (cfr. Pierre Hadot, Che cos’è la filosofia antica, Einaudi).
Il movimento della Consulenza Filosofica moderna nasce in Germania alla fine del ‘900 e si sviluppa in Europa e in America, come esigenza di ricerca di senso in un momento di confusione valoriale. Il suo intento è riportare la filosofia alla sua funzione pratica originaria di orientamento nelle problematiche concrete che vivono gli uomini del nostro tempo.
Nella sua forma originaria si configura come un dialogo che prende avvio dalla narrazione delle difficoltà del consultante ma ha come obiettivo la ricerca di diverse modalità di pensare e vedere il mondo. Infatti, la visione personale della realtà spesso determina la dimensione problematica degli accadimenti e la percezione dolorosa e faticosa di essi. L’attenzione, dunque, non è portata direttamente sul problema, ma si concentra sulle strutture interpretative della propria realtà, entro cui trovano definizione scelte e comportamenti che orientano l’azione, in vista di un cambiamento di prospettiva che coinvolga la persona nella sua interezza. Infatti, il solo cambio di prospettiva costituisce in molti casi la vera e propria “soluzione”: come ci ha tramandato il filosofo Stoico Epitteto, “noi non soffriamo per le cose del mondo, ma per le nostre credenze sulle cose del mondo”.
Tale trasformazione permette al consultante di accedere ad una serie di risorse personali, mentali, emotive, somatiche, che semplicemente prima non percepiva e che potrà mettere in campo in qualsiasi area della propria vita.
La pratica filosofica non è la mera trasmissione di conoscenze, bensì è l’utilizzo di strumenti della filosofia per permettere un accesso all’esperienza di un nuovo stato del conoscere e dell’essere, ovvero ad una diversa percezione di sé, da cui solo è possibile generare nuove conoscenze e nuove azioni. Il filosofo non pensa in termini di salute e malattia psichica, ma di crisi, conflitti e riallineamenti all’interno del naturale movimento globale della persona verso la sua completa realizzazione: perché ciò avvenga serve che il singolo individuo si apra alla dimensione trascendente di sé, che lo pone in connessione con la totalità della vita.
A partire da questa prospettiva, il consulente filosofico aiuta i consultanti nel trovare da sé risposte a domande esistenziali, attraverso una commistione di riflessioni-stimolo ed esercizi pratici volti alla modifica dei percorsi d’interpretazione abituali, al fine di favorire il passaggio da un atteggiamento inibitorio (conservativo) ad uno generativo (trasformativo). Per fare questo egli attinge agli strumenti di una tradizione filosofica millenaria.
Il consulente filosofico non impone una linea. Al contrario, si mette in gioco in un rapporto trasformativo con il consultante, perché per primo cerca di vivere ciò di cui parla, sapendo che ogni relazione è possibilità di evoluzione e di crescita.
In ultimo va precisato che il consulente filosofico NON fa diagnosi, né abilitazione o riabilitazione e neppure sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito; in questo senso si differenzia in toto da qualunque tipo di pratica psico-terapeutica.